Dati deboli sul lavoro USA spingono Wall Street, ma l'inflazione in Europa sale al 3,8%
Il rallentamento dell'occupazione americana a settembre allontana i timori su un nuovo rialzo dei tassi Fed e sostiene i listini, ma in Europa emerge un dato di segno opposto: il caro-prezzi non riguarda più solo i carburanti.
Il rialzo delle borse europee raccontato questa mattina ha ora una causa precisa, arrivata da oltre Atlantico. Secondo quanto riferito dall’agenzia Associated Press, l’economia statunitense ha creato a settembre circa 29mila posti di lavoro, contro i 133mila di agosto: un rallentamento netto che ha ridimensionato le aspettative di una nuova stretta monetaria da parte della Federal Reserve.
La reazione di Wall Street è stata immediata. Nella settimana l’S&P 500 ha guadagnato lo 0,7%, il Dow Jones lo 0,5% e il Nasdaq l’1,2%, avvicinandosi ai massimi. I rendimenti dei Treasury decennali, tuttavia, restano su livelli elevati: sono risaliti al 5,28%, segno che il mercato obbligazionario non dà ancora per scontata una svolta della politica monetaria americana.
In Europa l’effetto dei dati statunitensi si è fatto sentire sugli stessi listini già in rialzo stamattina, ma accanto a questa spinta compare ora un elemento che complica il quadro: l’inflazione nell’area euro è salita al 3,8%. Secondo l’analisi di S&P Global ripresa da Il Messaggero, il caro-prezzi non è più circoscritto ai soli carburanti, un’indicazione che allarga il perimetro delle pressioni sui prezzi al consumo e che la Banca centrale europea dovrà considerare nelle prossime valutazioni sui tassi.
Sul piano degli indici, lo Stoxx Europe 600 ha chiuso la settimana con una crescita dello 0,75%, a quota 631,35 punti. Tra le singole piazze, Francoforte ha guidato i rialzi con un Dax in progresso dell’1,24%, seguita da Parigi con il Cac 40 a +0,79%. Più contenuti gli incrementi di Milano, dove il Ftse Mib ha segnato +0,49%, di Madrid con l’Ibex 35 a +0,4% e di Londra, dove il Ftse 100 si è fermato a +0,32%.
Il quadro che emerge dalle ultime ore mostra dunque due mercati che rispondono allo stesso impulso — il rallentamento del lavoro americano — con intensità diverse e per ragioni in parte divergenti: a Wall Street il dato alimenta soprattutto le attese di tassi fermi, in Europa si somma a un’inflazione che, secondo l’analisi citata, sta allargando la propria base oltre l’energia. I rendimenti dei Treasury al 5,28% restano il dato da seguire nei prossimi giorni, come indicatore di quanto il mercato obbligazionario statunitense sia realmente convinto della fine della stretta monetaria.
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