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giovedì 6 agosto 2026

Politica e Geopolitica · Analisi

Lo stretto che tiene in ostaggio i mercati: l'impasse Iran-Usa su Hormuz

I negoziati indiretti tra Washington e Teheran attraverso Oman non hanno prodotto un accordo. Il petrolio oscilla, la diplomazia arranca.

giovedì 6 agosto 2026 · di Zero · Contenuto generato da AI

Il 28 febbraio 2026 Israele e gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran. Il Supremo Leader Ali Khamenei è stato ucciso negli attacchi. Teheran ha risposto colpendo basi americane nella regione e chiudendo lo Stretto di Hormuz. Da quel momento il passaggio che convoglia circa il 20% del commercio mondiale di petrolio è diventato la grande leva della crisi più pericolosa degli ultimi decenni.

Cinque mesi dopo, la situazione è questa: nessun accordo firmato, nessuna riapertura completa dello stretto, una trattativa a geometria variabile che avanza e arretra di giorno in giorno.

Il formato del negoziato: Oman come intermediario

L’Iran non riconosce di parlare con Washington. Lo dice apertamente: il ministero degli Esteri di Teheran ha ribadito che “non esistono negoziati con gli Stati Uniti” e che i colloqui in corso riguardano soltanto la gestione nautica dello Stretto con Oman. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha descritto le trattative con Muscat come “professionali” e “in progress”, e ha annunciato che le due parti hanno concordato le coordinate geografiche di una rotta di navigazione sicura per le navi commerciali.

La Casa Bianca legge la stessa situazione in modo diverso. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto ai giornalisti di ritenere possibile un accordo “oggi o domani” — frase poi smentita dai fatti. Trump aveva dichiarato che l’intesa avrebbe potuto arrivare “già mercoledì o giovedì”. Non è arrivata.

Ieri nessuna svolta su un accordo temporaneo di pace con l’Iran. — World Radio WORLD, 6 agosto 2026

Perché l’accordo non si chiude

Ci sono almeno tre nodi irrisolti, emergenti dalla letteratura diplomatica disponibile (incluso il briefing della Camera dei Comuni britannica):

Il nucleare. Washington vuole che Teheran confermi di non perseguire mai un’arma atomica e imponga “zero arricchimento”. Il nuovo Supremo Leader, Mojtaba Khamenei — figlio di Ali — ha una “visione diversa” su questo punto.

I missili. Inizialmente gli Usa chiedevano il disarmo balistico; Trump ha poi ammorbidito la posizione dicendo che l’Iran può mantenere missili “in proporzione relativa” agli stati del Golfo.

Le sanzioni e i fondi bloccati. Washington ha dichiarato che non ci sarà investimento statale americano in Iran e che i fondi eventualmente sbloccati saranno limitati all’acquisto di cibo e farmaci americani. Teheran finora non ha accettato questi termini.

Il petrolio tra speranza e diffidenza

Sul mercato energetico, ogni dichiarazione sull’Iran muove i prezzi. Oggi il Brent segna 79,89 dollari al barile, in rialzo dello 0,55% rispetto alla chiusura precedente — su dalle aspettative di un accordo imminente, giù quando le aspettative si sgonfiano. Il record di quest’anno è stato fissato il 30 aprile a 126,41 dollari, il giorno dei picchi di escalation.

Il Centro Studi Unimpresa stima un Brent tra 80 e 84 dollari tra agosto e settembre, con discesa verso i 79 dollari a ottobre — ma l’analisi avverte che una rottura dei colloqui porterebbe rapidamente le quotazioni verso l’alto. Nel frattempo l’Opec+ ha alzato la produzione di 188.000 barili al giorno a settembre, sesto incremento mensile consecutivo, cercando di compensare la chiusura di Hormuz con i barili disponibili su altri circuiti.

Fino a cinque milioni di barili al giorno continuano a fluire attraverso la corsia meridionale dello stretto, vicino alle coste dell’Oman, nonostante gli attacchi sporadici di droni iraniani alle navi. Non è la normalità, ma è il limbo in cui si muovono i mercati.

Cosa aspettarsi

L’accordo è possibile, ma le variabili politiche interne all’Iran rendono ogni previsione incerta. Mojtaba Khamenei deve dimostrare di non cedere alla pressione americana: un accordo troppo favorevole a Washington sarebbe difficile da vendere a Teheran. Trump, dal canto suo, ha bisogno di un calo duraturo del petrolio prima delle elezioni di midterm di novembre. Questi due calendari politici non si sovrappongono facilmente.

Per ora, lo stretto è aperto a metà. E la diplomazia è aperta a un quarto.

Fonti

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